Tra la fine del Settecento e il primo Novecento l’architettura siciliana cambiò aspetto nelle strade, nei teatri e nelle residenze. Il neoclassicismo riportò l’attenzione su proporzioni e forme ispirate all’arte greca e romana, mentre il barocco e il rococò restavano presenti nel paesaggio urbano. Nei nuovi edifici la facciata poteva cercare un ordine più misurato, con parti disposte secondo un ritmo regolare. Non fu una sostituzione generale e immediata. Nello stesso quartiere convivevano opere nate in secoli diversi, e un singolo edificio poteva conservare interventi appartenenti a più stagioni. Questa sovrapposizione aiuta a seguire il passaggio dal neoclassicismo al Liberty senza immaginare confini netti fra i due.
Marvuglia e l’Orto botanico
L’architetto Marvuglia ebbe un ruolo importante nell’affermazione del nuovo linguaggio in Sicilia. Tra i suoi lavori vi sono interventi palermitani legati all’Olivella, a San Martino delle Scale, all’Orto botanico e a Villa Belmonte all’Acquasanta. Il progetto dell’Orto botanico coinvolse anche il francese Dufourny. Questa varietà di programmi aiuta a capire il neoclassicismo oltre la formula «ritorno all’antico». Un’architettura per la vita religiosa, uno spazio legato allo studio delle piante e una villa non hanno le stesse necessità. La ricerca di ordine e proporzione deve adattarsi ogni volta alla funzione, alla posizione e al pubblico che userà il luogo.
L’Orto botanico è un esempio particolarmente significativo. Qui l’architettura entra in relazione con la conoscenza scientifica e con la disposizione di un paesaggio coltivato. Non si guarda soltanto una facciata: si osserva come un ingresso, un edificio e un percorso possano orientare chi attraversa un’area destinata allo studio e alla conservazione delle piante. L’esempio impedisce di trattare il neoclassicismo come un gusto limitato ai monumenti celebrativi. È un linguaggio capace di dare forma anche a istituzioni e spazi della vita cittadina. I luoghi permettono di osservare queste relazioni nel tessuto della città.
La Palazzata di Messina
A Messina l’architetto Giacomo Minutoli lavorò a un nuovo disegno della città affacciata sul porto: la Palazzata, distrutta dal terremoto del 1908, apparteneva alla ricerca di un ordine urbano riconoscibile. La sua perdita ricorda che una parte importante dell’architettura ottocentesca siciliana va ricostruita anche attraverso documenti e immagini storiche. Catania offre un confronto con opere settecentesche di gusto tardo barocco: la Collegiata, Porta Garibaldi e San Placido sono legate alla stagione di Stefano Ittar e alla città ricostruita dopo il terremoto del 1693. Osservarle accanto agli edifici neoclassici rende evidente che i linguaggi non si sostituivano ovunque nello stesso momento. In luoghi vicini potevano continuare a operare architetti e committenti con gusti differenti, ciascuno impegnato a dare forma agli spazi della propria città.
Teatri e sculture dell’Ottocento
I grandi teatri palermitani rendono concreto il passaggio all’architettura pubblica dell’Ottocento. Giuseppe Damiani Almeyda progettò il Politeama Garibaldi con riferimenti classicheggianti e pompeiani; Giovan Battista Filippo Basile vinse il concorso per il Teatro Massimo, poi completato dal figlio Ernesto. I due edifici rispondono a programmi differenti e usano in modo diverso il richiamo all’antico. Non sono soltanto sale per assistere agli spettacoli: l’ingresso monumentale, il prospetto e il rapporto con le piazze contribuiscono all’immagine della città. Guardarli nello stesso percorso permette di vedere come Palermo scelse di rappresentarsi nel secolo dell’espansione urbana, affidando ai teatri una funzione anche civile e simbolica.
La scultura dell’Ottocento siciliano comprende figure come Valerio Villareale, Benedetto Civiletti e Antonio Ugo, attive in momenti e linguaggi non identici. Statue, monumenti e opere decorative completarono piazze ed edifici pubblici, dando una forma visibile alla memoria cittadina. La vita musicale occupava gli stessi spazi urbani: Vincenzo Bellini, nato a Catania, divenne uno dei nomi più importanti del melodramma italiano. Il legame con i teatri non è soltanto ideale. Quegli edifici offrivano luoghi per ascoltare musica e, con le facciate monumentali, dichiaravano il posto dello spettacolo nella vita della città. Architettura, scultura e musica partecipavano così a una stessa cultura pubblica, pur seguendo tecniche e tempi differenti.
Ernesto Basile e il Liberty
Ernesto Basile, figlio dell’autore del progetto del Teatro Massimo, ebbe un ruolo centrale nella stagione Liberty palermitana. Villa Igea permette di vedere il cambiamento di linguaggio: il progetto non si affida soltanto all’ordine classico della facciata, ma cura il rapporto fra volumi, decorazione e ambienti. La continuità familiare fra i due Basile non significa continuità di stile. Risponde a un mutamento di committenze e di gusto tra fine Ottocento e primo Novecento, quando la città cercava forme adatte anche a residenze e luoghi dell’ospitalità. Il confronto fra Teatro Massimo e Villa Igea rende visibile questo passaggio senza immaginare una cesura netta fra epoche: alcuni artisti e cantieri attraversarono entrambe le stagioni.
Un itinerario tra neoclassicismo e Liberty può partire dalle opere palermitane e aprirsi poi a Messina e Catania. Per ogni tappa vale la stessa domanda: quale compito aveva l’edificio e quale immagine della città contribuiva a costruire? Una porta urbana, un teatro, una villa e un edificio legato a un orto botanico parlano a pubblici diversi. Accostarli mostra l’ampiezza delle trasformazioni tra Ottocento e Novecento e aiuta a evitare un racconto fatto soltanto di date e nomi. La città diventa il luogo in cui i linguaggi si incontrano: il barocco rimane visibile, il neoclassicismo introduce nuove misure e il Liberty apre altre possibilità espressive.
Foto: Dedda71 · CC BY-SA 3.0 · Wikimedia Commons










































